Pubblicato da: Massimo Calabrò | 23 settembre, 2008

Reggio Calabria, 1988. Per non dimenticare com’era la città

In questi ultimi giorni giovani politicanti, presunti sociologi, associazioni di moralisti e moralizzatori (già saccheggiatori), hanno criticato le parole del Sindaco Scopelliti che a Napoli, nel corso della festa nazionale del Movimento per l’Autonomia (MPA), ha detto una sacrosanta verità: “Reggio ha i problemi di una città media ma è fra le più sicure d’Italia, al di là della ‘ndrangheta: questo è importante anche nella logica dello sviluppo turistico di un territorio. Da noi si può camminare per strada a qualsiasi ora, di giorno e di notte”. Della stessa ndrangheta un sindaco molto amato in città, in modo molto concreto e senza nascondersi dietro paroloni e frasi fatte, così diceva: “con certa gente qualche volte bisogna anche andare a prendersi un caffè”.

Per non dimenticare cos’era Reggio Calabria 20 anni fa, è bene leggere e far leggere con attenzione ai giovani politicanti senza memoria e presunti sociologi un’articolo di Repubblica. Era il 2 novembre 1988. Pare un secolo, ma Reggio era proprio così.  

A REGGIO, CON LA MAFIA SOTTO CASA

REGGIO CALABRIA Povera città, questa Reggio Calabria dove le regole che dettano legge sono quelle del codice mafioso. La ‘ ndrangheta si è spartita i 243,540 chilometri quadrati del territorio comunale, ventidue cosche con i loro picciotti, i killer, i capibastone, terrorizzano i 178.550 abitanti e la musica delle 38 special o delle precisissime 7,65 parabellum scandisce i ritmi della vita quotidiana. Ogni strada, ogni angolo di Reggio porta i segni della morte e dell’ agguato mafioso: i clan si combattono e il potere delle cosche aumenta attraverso questa per ora inarrestabile spirale di violenza. Le famiglie malavitose ingaggiano duelli sotto gli occhi impotenti dello Stato. Venerdì 21 ottobre hanno ucciso a colpi di pallettoni l’ ambulante Pietro Barbieri di 35 anni, mentre stava sistemando il carico di tessuti del suo furgone, al mercatino di piazza del Popolo che dista meno di duecento metri dal Museo Nazionale della Magna Grecia, dove son custoditi i Bronzi di Riace. A Paolo Stillitano detto il Pasticciere di via Aschenez, cento metri scarsi dal comando dei carabinieri che si trova sulla stessa via, le cosche della mazzetta hanno fatto saltare in aria il negozio. All’ angolo tra la via Spanò e via Miraglia, dinanzi all’ ingresso secondario di palazzo San Giorgio sede del municipio e del consiglio regionale muore sparato Angelo Caridi, un dipendente dell’ acquedotto comunale iscritto al partito repubblicano, mentre stava sulla soglia del bar Tizmor. A sinistra, attraversata la strada, c’ è la piazza Italia, il cuore amministrativo della città, e qui si affacciano gli uffici della Provincia, della Regione, del Comune e anche della Prefettura, coi poliziotti che dovrebbero far la guardia… Sui muri della capitale dello sfasciume pendulo Alla Criminalpol di Reggio si tengono i macabri conti della strage continua: quando alle sei e mezzo del mattino di venerdì 21 arriva la notizia dell’ uccisione di Barbieri, il bollettino aggiornato parla di 42 morti ammazzati nel solo comune di Reggio, di centoventidue in tutta la provincia. La media dell’ anno scorso (153 omicidi) è quasi rispettata: una media da macello. Sui muri male intonacati di questa città che è la capitale dello sfasciume pendulo sul mare, come disse in Parlamento Gaetano Salvemini compaiono i primi manifesti dell’ ultima, coraggiosa iniziativa antimafia. Un appello ai cittadini di Reggio, a tutti coloro e ce ne sono che vorrebbero respirare aria diversa da quella sporca di polvere di piombo: La nostra città vive una crisi profonda che non ha precedenti nella sua storia si legge a firma della Nuova costituente democratica per la salvezza e la rinascita di Reggio la criminalità mafiosa, senza più freni, insanguina quotidianamente le nostre strade. Un degrado civile, sociale, economico, democratico ha ridotto Reggio in condizioni di autentica invivibilità… Le classi dirigenti della città ed i partiti di governo che le esprimono si dimostrano sempre più corrotti ed incapaci di dare risposte adeguate alla crisi di Reggio. Si tratta di un grave fallimento, di un autentico tradimento degli interessi veri della città. Qualcuno ha già strappato il manifesto, proprio dove a malapena si riesce ancora a leggere una fase nella quale gli onesti possano ritrovare il gusto del lavoro…. Di fronte, al cinema Aurora, proiettano Chicago anni Trenta, e, in fondo, alle coincidenze bisogna saper dare giusti significati. Chissà chi comanderà in questo quartiere. Chi cioè si spartirà la sua quota di traffico di droga, di appalti truccati, di mazzette estorte ai commercianti. La famiglia funziona come una piccola, efficiente holding. La ‘ ndrangheta a differenza della mafia siciliana non si sviluppa in senso verticale, bensì in senso orizzontale. Si articola cioè in più organizzazioni, indipendenti l’ una dall’ altra, competenti per territorio. Quando tutto è calmo, quando gli equilibri sono cristallizzati, vige il reciproco rapporto di aiuto. Ci si accorda di volta in volta per grossi affari illeciti: a est di Reggio, per esempio, cominciarono gli sbarchi della droga proveniente dalla Turchia e dal Libano, sotto la regia della mafia catanese. A garantire il traffico ci hanno pensato le cosche o ‘ ndrine reggine, accomunate dagli interessi reciproci e dalla convenienza generale. Se si rompono però i patti fra le cosche, ecco allora che scoppia la guerra, anzi, le guerre tra potentati mafiosi. Dicono i magistrati che hanno analizzato il fenomeno degli ultimi tre anni: Si provoca in questa maniera un vero e proprio sconvolgimento delle regole del vivere civile, un gran numero di morti, feriti, invalidi, uno strascico forse definitivo di odii, di rancori, di vendette dirette e incrociate, lineari e trasversali. L’ omicidio in quanto strumento usuale per la riaffermazione dei reali rapporti di forza e la eliminazione degli avversari. La mappa della città vista in controluce è quella di un Risiko al naturale, con i movimenti di truppe, gli spostamenti dei commandos, le strategie d’ attacco, le battaglie e gli scontri armati. Operazioni militari dirette all’ affermazione della propria supremazia e all’ annientamento dell’ avversario. Al quartiere Santa Caterina, dove ha sede la Questura e le volanti della Mobile sono il segno tangibile di uno Stato che deve proteggere, è in atto una piccola guerra fra le cosche dei Rosmini e quella dei Logiudice. Cronache agghiaccianti. Come l’ uccisione di Francesco Calafiore, che gestiva per conto di Giovanni Rosmini, un negozio di giocattoli. Dentro c’ era un’ innocente coppia con un figlio di 4 anni. Fanno in tempo a salvarsi nascondendosi dietro un mucchio di bambole e trenini elettrici, mentre il killer entra per eliminare gli eventuali testimoni. Quei secondi con la mano che tappa la bocca del bambino, sono tutta una vita. Appesa ad un soffio. Appesa alla fortuna. Poi ci si domanda, noialtri che calabresi non siamo e nemmeno ci viviamo in Calabria, perché la gente non parla, tace, ha paura. L’ omertà, nel suo senso di obbligo al silenzio. Non parrari, non t’ impicciari, non t’ intricari, atteggiamento che non riguarda soltanto i mafiosi. Che viaggio duro, difficile, questo intricato percorso nell’ universo mafioso della ‘ ndrangheta calabrese, metafora drammatica del fallimento di Reggio Calabria. Con la paura e il rischio di non capire. Te lo dicono tutti: Voi di fuori non potete comprendere che significa vivere con la mafia sotto casa, magari alla porta a fianco. Persino le sentenze di rinvio a giudizio sono piccoli baedeker ad uso e consumo del viaggiatore ignaro. La sorpresa effettuata dalle forze di polizia l’ ultima domenica di ottobre del 1969 a Montalto, mentre era in corso una riunione eccezionalmente numerosa di criminali, fece uscire dal vago e nebuloso anche la mafia operante in questa provincia: per la prima volta si ebbe la prova che nel reggino operava ed opera tuttora una consorteria criminale denominata ‘ ndrangheta: così scriveva un giudice alla Procura della Repubblica nemmeno dieci anni fa. Oggi l’ ufficio istruzione penale di Reggio ha scritto una ordinanza-sentenza di 621 pagine e l’ ha rilegata con una copertina verde pallido, con tanto di indice. I titoli dei capitoli sembrano quelli di un libro di Morris West: Caratteri della guerra di mafia; L’ inquinamento mafioso delle istituzioni; La cosca Saraceno e la sua omertà interna; Il gruppo logistico di Pellaro e Cardeto e così via. Ho incontrato i due giudici che l’ hanno scritta, Vincenzo Macrì e Antonio Lombardo. Che senso di desolazione entrare nel Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria. Avevano deciso di ristrutturare la costruzione in orribile stile art nouveau, o pompier post-terremoto 1908 i lavori sono iniziati e poi si sono bloccati per esaurimento dei fondi. Le impalcature, i detriti, quell’ aria provvisoria e precaria sembra estendersi ai corridoi, alle stanze, alle scale, e forse agli uomini stessi. L’ anno scorso bruciarono la R5 di Macrì, tanto per ricordargli con chi aveva a che fare. Prima gli era arrivata una foto Polaroid che riprendeva un kalashnikov: Le armi sono fatte per offendere. Questa è l’ arma per la tua offesa. Anche al giudice Augusto Di Marco, consigliere regionale indipendente ed ex assessore eletto nelle liste pci, reo di aver fatto sequestrare beni mafiosi per 130 miliardi, gli hanno bruciato l’ auto. Questa è la Reggio dove agli onesti è impedito di vivere normalmente. E dove malinconicamente l’ ingegnere Leone Pangallo, capogruppo del Pci al Comune è costretto a dichiarare: Come mai in questi anni non si è scavato a fondo nei rapporti mafia-affari-politica in Calabria? Io sono sicuro che qui esistono Lima, Ciancimino, i Salvo e così via. Avranno altri nomi, ma ci sono e bisogna scovarli i protettori, i fiancheggiatori, esiste lo scambio fra voti ed affari. La cultura della tangente, aveva spiegato Giacomo Mancini, che rode la Calabria. Che soffoca Reggio. Con lo Stato spettatore: hanno un bel sforzarsi polizia, carabinieri, guardia di finanza a pattugliare strade e crocicchi: Il territorio viene sottratto al controllo dello Stato e in particolare delle forze di polizia preposte alla tutela dell’ ordine pubblico strettamente inteso. Attentati dinamitardi, omicidi e tentati omicidi vengono consumati in pieno giorno e nelle strade centrali della città di Reggio dicono Antonio Lombardo e Vincenzo Macrì, il cui nome figura nel primo elenco del comitato promotore della Nuova costituente democratica. Qualcosa comunque si sta muovendo, all’ ombra del Castello Aragonese che dopo aver resistito per mille anni agli scossoni della terra e a quelli degli uomini, non ce l’ ha fatta a sopportare l’ intervento di recupero a colpi di elefante meccanico, voluto dalla solita giunta su progetto dei soliti amici. Due anni fa son così cadute quelle pietre scure che ne avevano viste di tragedie. E le tragedie da queste parti non solo rischiano sempre di essere definitive, portano soprattutto rassegnazione. Lo dimostra persino un’ iniziativa tesa a comprendere la realtà voluta dal partito repubblicano che ha distribuito 2500 questionari, ottenendo 328 risposte. La parola mafia compare una sola volta, su sedici domande. Quasi per caso: laddove si chiede, al quesito numero 3, se Reggio è esclusa dal turismo di massa perché: è sporca e poco curata; non offre divertimenti; non ci sono alberghi; gli imprenditori reggini sono incapaci; c’ è la mafia. Risposta: sul turismo di massa hanno risposto in 178. Per la maggioranza (57, pari al 32 per cento) la causa dello scarso sviluppo turistico è attribuibile all’ incompetenza degli imprenditori locali; il 26,4 per cento degli intervistati si lamenta inoltre della sporcizia e solo il 16,9 per cento individua nel bubbone mafia una possibile influenza negativa. Chi ha curato la ricerca commenta: Può rilevarsi un dato preoccupante e significativo di come la popolazione ha imparato a convivere con il fenomeno mafioso. La questione morale per fortuna è in cima alle esigenze, in 90 sui 240 che hanno risposto la pongono come indispensabile per ripulire la città.

 

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Responses

  1. Caro Massimo, il problema è che a “Riggiu” in tanti hanno la memoria corta e non ricordano quando le strade della città grondavano di sangue. Poi c’è chi è convinto di sconfiggere la ‘ndrangheta con i convegni, le manifestazioni, le parole. Infine c’è la categoria dei don Chisciotte che credono di poter contrastare la mafia dicendo che a Reggio tutto va male, dove c’è un Comune e un sindaco spendaccione che sa organizzare solo feste e festini.
    Come ho scritto in uno dei miei ultimi post (http://malarablog.wordpress.com/2008/09/22/la-ndrangheta-basta-saperci-convivere/) Scopelliti ha solo detto una sacrosanta verità. Non si tratta di essere conniventi o rassegnati, ma più semplicemente realisti. Per l’ennesima volta voglio ricordare che chi c’è stato prima di lui disse più o meno queste parole: «Con certa gente qualche volte bisogna anche andare a prendersi un caffè». Solo che in quel caso nessuno si scandalizzo.
    E poi un consiglio: diffidiamo sempre dei moralizzatori, di quei tromboni che salgono in cattedra facendo la morale agli altri quando invece dovrebbero badare a quello che fanno più che a quello che dicono.
    Un caro saluto. Domenico (www.malarablog.wordpress.com)

  2. Grazie Massimo,
    dopo aver letto queste righe tiro un gran sospiro di sollievo, perché la Reggio di oggi non è più quella degli anni ’80, temuta da tutto il mondo, oggi Reggio è amata – e allo stesso tempo invidiata – dai calabresi, perché l’unica realtà in crescita della regione. A tutti quelli che continuano a lamentarsi in città non rimarrà molto tempo prima di rendersi conto che è ora di rimboccarsi le maniche, come molti di noi già fanno =)

  3. D’accordissimo con te caro Saverio. Anche se chiaramente c’è ancora tanto da fare soprattutto cambiare la mentalità di tanti. Se ho capito chi sei, anche se non ci conosciamo, devo farti i complimenti per le tue splendide foto.

  4. Caro Massimo,
    non potendolo attaccare sui fatti, ripiegano sulle parole. Lasciali fare, anzi…”non ti curar di loro ma guarda e passa…”
    Un abbraccio
    Peppe Careri

  5. “Non parrari, non t’ impicciari, non t’ intricari”.
    E’ questo il vero problema: sono ancora convinto che le persone oneste siano quantitativamente superiori rispetto ai mafiosi, ma anche le persone oneste non hanno il coraggio di parlare, di impicciarsi, ecc. ecc.
    Quando vedremo nascere una generazione numerosa di gente coraggiosa, solo allora, si potrà mettere la ‘ndrangheta in minoranza e vincere non una battaglia, ma la guerra.

  6. Quante cose sono cambiate in dieci anni …
    Grazie per il contributo, Massi 😉

  7. […] Reggio Calabria, 1988. Per non dimenticare com’era la città […]

  8. ….grazie Massimo per portare a galla, sopratutto a chi ha la mente corta, com’era la nostra città vent’anni fà. Contributo a questi cambiamenti devono essere dati anche al sindaco Giuseppe Scopelliti!!!

  9. Grazie a te Francesco per non avere perso, come qualcuno, la memoria.

  10. “(…)Chi ha curato la ricerca commenta: Può rilevarsi un dato preoccupante e significativo di come la popolazione ha imparato a convivere con il fenomeno mafioso. (…)”

    Il vero problema è questo.

    Le cronache cambiano. E la pax mafiosa fa più male della guerra vera e propria.

    Non mi aspetto che un giornalista (non mi rivolo a Massimo) organico ad AN (già portavoce di ex ministro) si pronunci con una obiettività che verificano prima di assoldarti che tu non l’abbia, ma che non si tenti di nascondere la polvere sotto il tappeto.

    Siccome ieri si sparavano da un lato all’altro della strada devo solo dire grazie e applaudire. Non è così.

    Ripropongo, per correttezza, lo stesso commento lasciato su Malarablog.

    Per lui con la mafia bisogna conviverci. E ancora non ha conosciuto Lunardi.

    Visto che Domenico ha preso l’abitudine, come altri commentatori, di darsi e, ancora peggio, dare patenti, è bene tentare di chiudere questo cerchio (circo?) di affermazioni che oscillano (le eccezioni ci sono) tra la vigliaccheria, l’accidia, la distrazione fraudolenta e la pura ignoranza.

    La sindrome di Don Abbondio continua a mietere vittime. E di questo non posso che prenderne atto.

    Veniamo al pezzo.

    Non si amministra Reggio Calabria aldilà della ‘ndrangheta. Non si sposta un mattone, non si pianta un chiodo, non si asfalta una strada, aldilà della ‘ndrangheta.

    Quindi l’affermazione di Scopelliti sarebbe grave se pronunciata da un comune cittadino. Da parte di un sindaco fa accapponare la pelle.

    Un giornalista figlio di questo territorio che ribadisca ad ogni occasione utile questo concetto vile, ignobile di una necessaria (”bisogna”) convivenza, offende la dignità di tutte quelle persone, giornalisti compresi, che del contrasto alla ‘ndrangheta hanno fatto una ragione di vita. O una causa di morte.

    Mentre è lecito strumentalizzare una maldestra, altrettanto grave, dichiarazione di un morto (che quindi non può replicare), è doveroso – paragonando le dichiarazioni di due ex sindaci – ricordare che quella di Scopelliti tende ad ignorare il fenomeno. Mentre Falcomatà tentò di spiegare una necessaria mediazione proprio nella zona grigia della mafiosità.

    Ed è questa l’unica parte dell’assunto di Domenico che posso condividere. Ma solo nell’ottica di una necessaria offensiva nei riguardi di un atteggiamento, la mafiosità appunto, che ricordo essere pur sempre un effetto.

    Della ben peggiore vera e propria mafia. Occupiamoci delle cause. Non degli effetti.

    I microcriminali non fanno parte della massoneria deviata, non hanno il potere di eleggere nessuno, non si aggiudicano gli appalti, non mettono in piedi strutture aziendali estorisive e d’usura.

    Ecco perché ritenerci fortunati se una “fimmina” cammina tranquilla alle 4 di notte è sbagliato alla luce del fatto che – ogni tanto (5 volte in due mesi) – un localino, una panetteria, una rosticceria, salta per aria.

    I commenti

    Peppe Caridi

    Scopelliti non è accusato dai “comunisti” ma da chiunque abbia almeno 10 neuroni funzionanti.
    Nomi e cognomi li ho sempre fatti e ribadisco che le dichiarazioni (sfido Malara a trovare un virgolettato) di Italo Falcomatà mi indignano tanto quanto quelle di Giuseppe Scopelliti.

    Quello stesso sindaco che ha preso la segreteria in prestito da Gioacchino Campolo. Lo stesso coinvolto nello scandalo sepolto del “falso attentato” a Palazzo San Giorgio (cfr. Interrogazione parlamentare On. Laratta (2005) – Calabria Ora (Luglio 2007)

    Lo stesso che non si è accorto che un suo ufficio ha finanziato un cantiere navale della cosca De Stefano ed una salumeria della cosca Labate.

    Reggio non è Napoli, per fortuna.

    Ma questo non basta a farci sorridere della merda che, fuori dal Lungomare, ci circonda.

    Massimo Calabrò

    Potrei dirti che le parole di quel pezzo sono false. Che è tutta “una montatura per screditare una città che tenta di crescere”.

    Utilizzando le parole di Giuseppe Scopelliti nei confronti del famoso pezzo di Curzio Maltese su Repubblica che descriveva la stesse cose con qualche minchiata.

    O potrei tirare fuori il Corsera del 2008. Che ci parla dei rapporti allegri tra Sindaco e noti evasori fiscali.

    Questo gioco non è conveniente, per chi deve bacchettare come “pseudo” ogni opinone critica circostanziata. Parlando di “giovani politicanti, presunti sociologi, associazioni di moralisti e moralizzatori”.

    Mi riservo di approfondire sul mio spazio quanto sopra detto. Sperando che chi può faccia tesoro delle mie parole. Anzi di alcuni “fatti”.

    Buona Giornata e Buon Lavoro

  11. Anche io posto il commento che ho messo sul sito di Domenico Malara e Claudio Cordova.
    E sono d’accordissimo con te quando dici “siccome ieri si sparavano da un lato all’altro della strada devo solo dire grazie e applaudire. Non è così.”
    Certo, condivido in pieno. Al 100% . Ed infatti non ho mai detto che scritto questo. Ma siccome ricordare il passato è sempre utile ho voluto far leggere a chi non sapeva, com’era Reggio Calabria a quel tempo.

    Questo il commento:

    Caro Nino, non mischiare sacro e profano. Ti assicuro, visto che le ho lette, che le cronache dell’epoca erano tutte dello stesso tono. Ho preso Repubblica non a caso. Perchè tra tutti i quotidiani nazionali online è quello che ha l’archivio più antico. Il Corriere si ferma al 92. Solo per questo motivo. Ma, ripeto, tutti i giornali dell’epoca scrivevano le stesse cose.
    I “giovani politicanti”, “presunti sociologi” ed “associazioni di moralisti e moralizzatori” corrispondono a soggetti ben precisi. Coloro i quali in questi anni hanno pontificato senza avere la patente per farlo. E mi fermo qui.
    Altra cosa. A te non sarà sfuggito un elemento. La notizia che ha scatenato questi commenti era di agenzia. E, come ben sai, una cosa è sentire un discorso completo, un ragionamento globale, altra è estrapolare solo un frase dallo stesso contesto.
    In ultimo, a proposito di patenti, anche da te citate, diciamo che anche tu ne hai date parecchie. Solo due esempi che ci hanno fatto sorridere: al Michele blu eyes, ha dato la patente di fornitore di accrediti, ed il più bello della Calabria lo hai definito, a mo di presa in giro, eroico.
    A presto, con la stima di sempre

  12. Quelle non sono patenti.

    Sono onoreficenze.

    am

  13. in effetti…

  14. […] e bloggher citati: Claudio Cordova, Domenico Malara, Massimo Calabrò, Peppe Caridi, Antonino […]

  15. […] https://massimocalabro.wordpress.com/2008/09/23/reggio-calabria-1988-per-non-dimenticare-comera-la-ci… […]

  16. non dire che non ti ho linkato

  17. errata corrige
    ti ho linkato
    http://antoniomorellionline.wordpress.com/2008/09/25/la-coscienza-a-posto/


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